Revista Internacional de Poesía : "Poesía de Rosario" Nº 23
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MEMORIA DEI LAGER

IN APPENDICE LIRICHE E NOTA BIOGRAFICA

tratto da G. SANGIORGIO, Quando l’algente verno… Introduzione di Salvatore Silvano Nigro, Biancavilla, 2000 
Esordio della Resistenza: Scuola di Applicazione di Fanteria di Parma

TESTIMONIANZA DI UNA PARTECIPAZIONE AL DRAMMATICO EPISODIO

L’ampio viale che fiancheggiava il Palazzo Ducale, sede della Scuola di Applicazione di Fanteria, era immerso quella sera dell’8 settembre 1943 come in un silenzio ovattato di attesa, colorato del rosso tenue di un sereno tramonto. 
Mi trovavo dal primo giorno di quel mese a Parma, scaricatovi da una sferragliante sgangherata tradotta, dopo una scelta affidata al caso di alcuni altri uomini di truppa che un maresciallo furiere aveva fatto presso il Comando Truppe al Deposito del 65° Reggimento Fanteria Motorizzato di Piacenza, là dove ero di stanza a seguito del rimpatrio causato da una invalidità contratta in Grecia l’anno precedente. 
Alla Scuola di Applicazione mi ero trovato bene fin dal primo giorno: la città di Parma presentava il vantaggio su Piacenza, città alquanto cupa e dalle vie strette, piuttosto ostile allora verso i militari, di essere, oltre che più ospitale verso questi nei suoi cittadini, anche di più accogliente dimora nel suo cielo terso e nelle sue vie spaziose. I suoi monumenti, poi, viva memoria di un liceo abbastanza vicino nel tempo, avvicinati con la serenità che, anche nelle vicende più tristi, sono retaggio dei vent’anni i ne contavo, per la precisione, ventidue), e quel non so che di premonizione della fine imminente di quella tanto più sofferta, in quanto non sentita, tragica guerra, che già aleggiava nell’aria dopo l’invasione della Sicilia e la conseguente caduta del fascismo, mi entusiasmavano, e in modo particolare il Duomo con il famoso battistero di stile romanico - gotico, più volte citato emblematicamente dal mio professore di storia dell’arte. 
Quella sera, noi di fanteria non fruivamo della libera uscita che 
ci veniva concessa un giorno sì e uno no, in alternanza con i palafrenieri: misura di precauzione, dopo quel 25 luglio - caduta del fascismo - che aveva dato l’avvio a un senso di insicurezza da parte dei tedeschi, tanto che in quei giorni, se non vado errato, erano stati presi provvedimenti disciplinari nei confronti di militari che erano rientrati una sera alla Scuola di Applicazione cantando “Bandiera rossa”. 
Quella sera dell’8 settembre, poiché era norma per il soldato “arrangiarsi sempre”, uscimmo furtivamente lo stesso un gruppetto di colleghi e io, attraverso la porta carraia, come al solito, per andare a bere un bicchiere di latte, incalzati, com’è ovvio, dalla necessità di un sollecito rientro. Fatti pochi passi nel viale, però, la prima cosa che ci colpì fu la vista di animati capannelli. 
Ci avvicinammo con curiosità: il grande avvenimento, l’evento tanto atteso era oggetto di commento: la radio aveva dato notizia dell’armistizio stipulato dall’ltalia con gli Anglo-americani! Rientrammo di corsa in camerata, e lì ci abbracciammo tutti, baciandoci e piangendo come bambini. 
Ormai la guerra era finita, e liberi come l’aria saremmo ritornati prestissimo alle nostre case e alle nostre occupazioni. Del resto, a conferma di ciò, c’era anche quanto avevamo visto nell’ampio viale: file interminabili di macchine con a bordo militari tedeschi - di cui l’Emilia in quel momento pullulava - che guardavano sornioni come se niente fosse stato. (Aspettavano ordini precisi da Berlino o erano pensosi di come meglio imbottigliare l’esercito italiano?) E il conseguente nostro argomentare 
procedeva così: se l’Italia si scioglie dall’alleanza con la Germania, questo, per forza naturale di cose, si troverà, dopo pochi giorni, nella necessità di chiedere anch’essa l’armistizio. 
Quella sera, pertanto, lieti e sereni prendemmo posto nella nostra branda, nella vasta camerata, con l’animo disposto a fare il più 
roseo o dorato sogno della nostra vita. Dormivamo, cosi, il sonno del giusto quando, all’una circa, un fragoroso cannoneggiamento ci svegliò di soprassalto. Ci precipitammo giù per le scale, dopo aver imbracciato il fucile modello ‘91, già veterano della prima guerra mondiale, mentre i tedeschi continuavano a farci sentire il rombo dei cannoni unito a un insistente crepitio di mitra. Ci disponemmo in corrispondenza delle finestre, nelle varie rampe di accesso, decisamente orientati a una prudente economia di fuoco, in quanto disponevamo solo di pochi caricatori. 
Dalle finestre aperte ci giungeva il fragore dell’artiglieria e dei mitra dei tedeschi, che rompevano frequentemente il buio pesto di quella notte. Attraverso le finestre, facemmo, quindi, fuoco all’impazzata. Era l’alba quando ritornò il silenzio, che all’improvviso ruppe un sinistro urlo tra acuto e gutturale di un ufficiale tedesco, che col suo perentorio “Raus, raus!” ci ingiungeva di scendere in cortile. Sempre mi è tornato alla memoria il triste ricordo di quell’urlo 
lacerante l’animo, primo impatto con la realtà di un tedesco arrogante e sopraffattore. 
Era la stessa alba che vedeva il re fuggire da Roma alla volta di Brindisi, sede del nuovo governo dell’Italia armistiziale, insieme con Badoglio. 
Scendemmo le scale, ancora inseguiti da quell’urlo, e in cortile si parava davanti al nostro sguardo, condensato nei segni lasciati dagli accadimenti, il film di quanto era avvenuto quella notte: il prospetto interno della Scuola di Applicazione di Fanteria presentava grossi buchi; un grande orologio, collocato in alto, al centro, aveva le lancette ferme all’una circa, ora d’inizio dell’attacco tedesco. 
A distanza di cinque anni, tornato a Parma per rivedere il luogo della mia cattura, l’orologio, suscitatore di dolorosi ricordi, segnava ancora quell’ora. Un altro particolare che apprendemmo con comprensibile dolore fu quello della morte di cinque nostri commilitoni e il ferimento di alcuni altri. 
I tedeschi ci diedero poco tempo per guardare quei guasti, perché ci schierarono subito faccia al muro, mentre il cannone anticarro che aveva crivellato la facciata della Scuola di Applicazione stava sempre fermo alle nostre spalle. Non era lecito resistere ai tedeschi: noi avevamo resistito e, perciò, messi cosi faccia al muro - pensammo - non avevamo altro da aspettarci che la fucilazione alla schiena. Ma questa non ci fu chissà per quale ripensamento: una eventuale nostra utilizzazione al loro servizio?... Si limitarono in quel momento a strapparci di dosso, con furia, stellette, gradi, 
mostrine e decorazioni. Poi, un “dietro front”, ed eravamo nel giardino antistante il Palazzo Ducale, scortatissimi e in procinto di varcarne il cancello, mentre soldati tedeschi lunghi distesi nei punti più strategici, dietro una mitragliatrice, scoraggiavano ogni eventuale tentativo di fuga. 
Eravamo in tenuta estiva, e così rimanemmo, anche quando i vagoni piombati si aprirono, poi, per riversarci, merce comune identificata solo da un numero, sotto il freddo cielo della Prussia orientale. 
Di centro di raccolta piccolo in centro di raccolta sempre più 
grande, fummo portati a Mantova, e là ebbe inizio la nostra odissea di condannati a quella tremenda realtà, allora ignorata, dei “lager”. In qualche magazzino militare, fornitissimo di materiale nuovo, ci rimpannucciammo: non mancava nulla. E dire che per me c’era stata un’esperienza frustrante come doccia fredda: la risposta di un capitano a Piacenza, pochi giorni prima, alla mia richiesta di sostituzione di un paio di scarpe la cui suola sdrucita lasciava scoperto il piede: “Arrangiati”. 
E, infatti, io m’ero arrangiato nella comune più semplice maniera, ricorrendo al soccorso di un pezzo 
di filo di ferro. Ora avevamo lì tanto ben di Dio. 
I tedeschi ci fecero prendere tutto a volontà, fin le lenzuola e le coperte da casermaggio. Ma, arrivati che fummo in Germania, dovemmo deporre tutto, fin le nostre misere e lise tenute estive, e coprirci, poveri e cenciosi, con logori panni di altri prigionieri dei tedeschi di diversa nazionalità. Nel varcare il cancello del Palazzo Ducale, un capitano ebbe 
il coraggio, in quell’assorto silenzio d’attesa, di parlare con voce stentorea: “Ragazzi, ora che attraverseremo la città, procediamo con compostezza; tiriamo su il nostro morale; ravviamoci le divise”. E, poi, con quanta più forza di voce poteva avere: “Ricordatevi: non siamo dei vinti”. Infatti, non ci sentivamo affatto dei vinti: la sera precedente, e fin nella prima notte, potevamo fuggire - come qualcuno fece -, ma restammo al nostro posto d’onore, quando i responsabili in campo politico e militare ignorarono completamente le centinaia di migliaia di uomini dell’esercito italiano. 
Rimanemmo al nostro posto d’onore in omaggio al principio che il soldato possiede in se stesso i valori della sua dignità, prescindendo dal ricevere o non ricevere ordini pertinenti, come è simboleggiato dalle stellette che porta, e convinti che in quel momento la causa giusta, quella della lotta all’aggressore disumano e soverchiatore aveva bisogno di noi, per dare una nuova e onorevole svolta alle infauste tragiche vicende della nostra Patria. 
 
MEMORIE SUGLI INTERNATI MILITARI DI DÜISDORF

Il nostro campo di concentramento era a Bonn. In numero di 40 circa fummo distaccati a Düisdorf nell’inverno del 1944, quando, in seguito allo sbarco degli Alleati in Normandia, si combatteva lungo la Renania. 
A Düisdorf operava una Magnetfabrik di “leichtmetal”, che lavorava piccoli oggetti da smerigliare fino al raggiungimento di un determinato spessore: pezzi lunghetti da rendere come sigarette e altri cilindrici da rendere del diametro di circa 2 cm. 
A questo lavoro pericoloso - in quanto si dovevano allestire per la sera pezzi fino a un numero impossibile, tenuto anche conto delle nostre condizioni fisiche per insufficiente alimentazione - fummo adibiti in un secondo tempo. Ho detto “pericoloso” quel lavoro, in quanto alla necessità di approntare il numero di pezzi richiestoci si ovviava con una più veloce smerigliatura, che, a volte, per il forzato  accostamento delle due ruote maciullava qualche dito. 
All’inizio, però, il nostro lavoro fu di sbancamento e di sterro: si trattava di costruire, in adiacenza della fabbrica, un immenso serbatoio (l’acqua, da servire in caso di incendio di essa per via di qualche bombardamento. Qualcuno ne riporto una gamba fracassata, perché si operava con gallerie sempre più in basso, a mano a mano che il lavoro da sterramento procedeva. La terra che veniva rimossa era portata lontano mediante un carrello che procedeva su un binario a scartamento ridotto, carrello tirato da un argano, su cui si incanalava una rossa fune di ferro, azionato da altri nostri compagni di internamento mediante una manovella. A fare da contrappeso al carrello era addetto uno dei nostri, e più volte detto compito tocco a chi scrive. Un giorno che vi fu incaricato un altro degli I.M.I., a causa di un deragliamento del carrello, questi ne riportò una gamba stritolata. 
Un periodo, fui anche addetto alla manutenzione della piccola baracca con stufa a legna dove si passavano pochi minuti di sosta dal lavoro, e da quel momento - debbo segnalare il caso affinché si sappia che qualche raro atto di bontà si verificò allora anche da parte di tedeschi - qualcuno dei poliziotti di sorveglianza faceva furtivamente, di quando in quando, un segnale per farmi riempire alcune gavette di noi internati di patate lesse, che venivano cosi a rappresentare un prezioso supplemento alla scarsissima alimentazione. Così pure furtivamente si allungava da una finestra della 
fabbrica la mano di un operaio tedesco per deporre sul davanzale un involtino contenente un poco più che trasparente pezzo di pane. 
Ma li c'era un pezzo di cuore, che pulsava di umanità al di là di un sicuro pericolo di morte, se fosse stato scoperto il gesto. Un giorno - caso contrario! - il sorvegliante i lavori chiuse alcuni dei nostri nella sua baracca e sfogò contro di essi la sua ira bestiale, perché avevano rubato alcune patate: al termine di ciò, il pavimento della baracca era pieno di ampie chiazze di sangue per i pugni a destra e a manca che indiscriminatamente il tedesco aveva sferrato. 
In fabbrica si faceva, in alternanza, il turno di giorno o quello di notte. La domenica, venivamo scelti in certo numero per scaricare il carbone coke che arrivava direttamente in fabbrica in carri merci su un binario a scartamento ridotto. “La voce della Patria” - come chiamavamo il cannoneggiamento degli Alleati - si faceva sentire sempre più intensa. 
Una notte avvenne un episodio di estremo stoicismo. Alcuni miei compagni, che facevano il turno di notte, erano usciti di nascosto per la campagna a procurarsi un po’ di patate sotto quei lunghi filari impastati di fango e paglia e gelati che proteggevano le scorte dei preziosi tuberi ai tedeschi per l'inverno: occorreva operare con pazienza, movendo le dita intirizzite nel gelo. Ritornavano felici per aver rimediato qualche patata, quando i poliziotti tedeschi, accortisi dell’insolito movimento, lanciarono contro di essi i loro grossi cani mastini. I poveri disgraziati se la diedero a gambe, ma il recinto di filo di ferro spinato li trattenne: si arrampicarono, lacerandosi cenci e carni per le punte acuminate delle spine di ferro e per i morsi dei cani. Tornarono al posto di lavoro, e ai poliziotti entrati in fabbrica per cercarli non risultò nulla: davanti alle macchine dal monotono e ipnotico tran - tran c’erano solo uomini intenti al lavoro l’ alcuni dei quali celavano stoicamente le loro ferite). 
Un giorno si presentò alla nostra fabbrica il sergente maggiore Luigi Ciacciarelli di San Giorgio a Liri (Frosinone): era di passaggio, veniva spedito, per non so che mancanza, in località ancora più prossima al fronte. Mi interposi per lui, cercando di convincere come meglio potei, in francese, il capo della fabbrica a lasciarlo lì, e ci riuscii. 
Come vestivamo? I tedeschi, all’atto della cattura, ci avevano spogliati di tutto. Ci vestirono con divise tolte ai russi, - mi sembra - d’un verde sbiadito, all’estrema condizione dell’uso, e con zoccoli. 
A proposito di russi, mi corre l’obbligo qui di dire che questi prigionieri si mostrarono molto umani verso di noi: pur trattati anch’essi in modo indegno, spesso ci donavano il contenuto - bollito... di rape - delle loro gavette. Finché la Repubblica Sociale di Salò poté sperare in una nostra adesione alla propria causa - vana speranza! -, oppure finchè l’avanzata degli Alleati ne consentì l’arrivo, ci fece pervenire una tazzina da caffè di riso a testa, ogni mese, se non vado errato. 
I giorni più duri furono quelli che la Chiesa chiama dell’Avvento, cioè il dicembre del 1944, quando Hitler sperava nel suo cosiddetto “colpo di coda”, e si combatteva aspramente nella zona delle 
Ardenne. 
La fabbrica venne colpita due volte dai bombardamenti. 
Dopo la prima parziale demolizione, si continuò a lavorare solo in alcuni reparti: dal suo tetto si vedeva il cielo, mentre da alcuni muri abbattuti si scorgevano le distese di neve, in quel rigido inverno. Avevamo notizia dei bombardamenti U.S.A. attraverso i volantini - che ci era proibito raccogliere - lanciati dagli aerei. 
Terribile fu un bombardamento dei giorni prossimi al Natale 1944. Era domenica, e alcuni di noi facevano il turno per lo scarico del carbone coke. Al frastuono dei motori degli aerei, quelli che eravamo nella baracca ci spandemmo per la campagna. Al termine del bombardamento, sapemmo che uno del turno dello scarico del carbone, un certo Mangerini, era morto nella fabbrica, in seguito allo spostamento d’aria. I tedeschi gli tributarono delle onoranze funebri piuttosto riguardose, insolite per i prigionieri di guerra “badogliani” (ovverosia traditori): essi erano in tuba e redingote e, insieme con noi, gettarono nella fossa fiori e frasche; io tenni il discorso, che, allora, per i riferimenti fatti alle famiglie lontane e alla morte in terra straniera, riuscì - come mi venne poi detto - assai commovente: “Ci hai fatto piangere”, mi disse un commilitone. 
Da quel momento rimanemmo senza baracca, i cui resti rinvenimmo sparsi per un largo tratto, insieme con le nostre misere masserizie. 
Dove dormivano allora? Sapemmo che su una collina vicina esisteva un solido bunker, fatto di robusti tronchi dentro di essa, nel quale pernottavano prigionieri delle più varie nazionalità. La sera, facendoci strada in mezzo alla neve, lo raggiungevamo. Il mio posto - essendo io arrivato per ultimo - era tra l’addiaccio e il bunker propriamente detto: cercavo di accucciarmi come meglio potevo nell’unica coperta posseduta, stando con le ginocchia sollevate, mentre la schiena poggiava sulla neve. L’indomani si ritornava in fabbrica, dopo aver prima mosso un po’ le ginocchia, che si 
erano letteralmente anchilosate. 
Riuscendosi a sapere che un bombardamento a tappeto ci sarebbe stato di giorno, andammo - cosa che facemmo due volte - in un vero e proprio bunker, fatto per ufficiali tedeschi, a una certa distanza dalla nostra fabbrica: preciso, là stavamo - poveri pitocchi! - non più oltre che nell’ingresso del bunker. 
Quella sera, insieme con una pioggia scrosciante, venne giù anche una gragnuola di bombe. Andammo al bunker degli ufficiali tedeschi e, bagnati fradici, nel massimo silenzio per non essere notati, ci disponemmo nell’ingresso, felici per aver trovato finalmente riparo dalle bombe e dalla pioggia. Di quando in quando la porta si apriva e si intravedevano ufficiali tedeschi che fumavano e bevevano. Uno 
di questi ci scorse e con tono perentorio ci ingiunse di uscire. Lo pregammo di lasciarci li, tenuto conto della pioggia e della gragnuola di bombe. Quello rientrò, e noi avemmo l’impressione che ci avesse accontentati. Ma, con cipiglio ancora più duro, di lì a poco si ripresentò per farci la stessa ingiunzione. Un mio commilitone gli mostrò, per intenerirlo, una fotografia della famiglia: figurava anche un bimbo, in nome del quale lo pregò. Il tedesco rientro ancora una volta, ma dopo qualche minuto eccolo ripresentarsi ed estrarre con piena determinazione la pistola dalla fondina, in atto di scagliarsi contro di noi: ci precipitammo su per le scale e guadagnammo l’uscita del bunker: la pioggia scrosciava ancora e le bombe cadevano vicino. Sempre più bagnati fradici, guazzando nelle pozzanghere, ritornammo nella fabbrica: non avevamo altra scelta.
Gli ultimi giorni prima della liberazione, ricordo che li passammo nello scantinato della fabbrica, a causa degli interminabili bombardamenti. I tedeschi, si vedeva, come quelli - se così si può dire - che ormai vivevano in una certa abulia, e anche con ciò si spiega una qualche loro maggiore umanità. Ricordo di un soldato tedesco - non so come mai fosse con noi nello scantinato della fabbrica- il quale parlava ormai di sicura disfatta. Un giorno si servirono di noi per farci caricare su dei camion l'immenso contenuto di generi alimentari di alcuni magazzini: misura precauzionale dei tedeschi per non lasciare il tutto nelle mani degli Alleati, contando essi di continuare la guerra nell’interno del loro Paese. In quella occasione facemmo una discreta provvista di farina lattea, che poi ci fu quanto mai utile nei giorni in cui rimanemmo intanati in un buco praticato dentro una scarpata, mentre le prime linee degli Alleati operavano nella zona di sfondamento. Ma di questo episodio - cioè della mia liberazione - ho fatto un particolareggiato racconto, inviato alla rivista "Noi dei Lager“, al fine della pubblicazione (titolo: Finalmente liberi!, ora riprodotto di seguito, ndr). Qui basti dire che il bombardamento e il cannoneggiamento - gli alleati erano sulle alture dominanti Düisdorf - non davano più requie, e che specie una notte fu tremenda, quando venne operato il bombardamento a tappeto di Bonn. Qualcuno di noi risultò anche ferito nello scantinato della direzione della fabbrica. 
All’atto della liberazione, gli Americani ci condussero in un magazzino strapieno di gallette: sarebbe stato prudente farne una scorta per i giorni che ci attendevano. Prevalse, pero, l’illusione, e non la facemmo: ormai nelle mani degli Americani, il cibo non ci sarebbe mancato. Invece, non fu pienamente così. 
Le truppe di prima linea ci abbandonarono al nostro destino, andammo innanzi, e noi ci facemmo a tappe i circa cento chilometri che separano Düisdorf da Aachen (Aquisgrana o Aix La Chapelle), dove trovammo un campo di raccolta di ex prigionieri di vaste proporzioni, e da dove - dopo qualche mese, cioè dopo che venne riadattata la rete ferroviaria - partimmo per il ritorno in Patria. 
Lungo la strada Düisdorf - Aachen ci imbattemmo in reparti francesi, che ci dimostrarono una certa animosità, subito spentasi al sentire che eravamo “badogliani”: in questo caso, ci offrivano da mangiare e anche sigarette. Ecco che il nome di “Badoglio”, simbolo di tradimento per i tedeschi, a motivo del quale ci odiavano e ci insultavano, ci si faceva oggetto di lusinghiero apprezzamento. 
Nello stesso cammino, osservammo tutta la desolazione che lascia una guerra aspramente combattuta: tralicci abbattuti, zone boscose minate, purtroppo da noi incautamente attraversate, cadaveri di militari tedeschi al margine della strada rotabile, che ci fecero tanta pena. 
Presso un aggregato urbano, che ti trovo? Un apparente mattone: il mio desiderio, però, vorrebbe che fosse qualcosa che in Germania, allora, era dall’identica apparenza. Era veramente un pane! Trovammo anche scatole di carne, uova e altro consumati dalle truppe in avanzata, con piccole quantità residue ancora fruibili. Ciò ci fu ovviamente utile a rimpiazzare le mancate vettovaglie nei circa cento chilometri del cammino Düisdorf - Aachen. 
 
FINALMENTE LIBERI!

Il tedesco, un sergente delle S.S., ci sospingeva col mitra spianato lungo lo spazioso viale. Procedevamo in fila indiana, con la morte nell’anima, quasi incuranti di quanto si mostrava ai nostri occhi: soldati intanati nelle trincee ai bordi della strada, le palazzine di Düisdorf, villaggio presso Bonn dalla grazia civettuola, ridotte a macerie, piante secolari stroncate. 
Di quando in quando, in quel silenzio e in quello squallore, echeggiava il tambureggiare dell’artiglieria americana piazzata sul monte che ci lasciavamo alle spalle. Di quale conforto non ci era 
stato per un anno circa quel rombo! “LA VOCE DELLA PATRIA!”, noi dicevamo nell’udirlo, perché di là donde esso veniva doveva muovere la nostra liberazione. Eppure ora che i tiri erano vicini e gli americani si può dire a una spanna; ora che finalmente si erano mossi, lasciando quelle posizioni in cui per tanto tempo erano rimasti immobili lungo la linea della Renania, non potevamo essere felici. 
Avevamo tanto atteso, ma ora, a qualche giorno, se non a qualche ora dalla liberazione, c’era per noi l’ordine di partire, di evacuare: i tedeschi ci cacciavano verso l’interno, verso altri posti di lavoro, o meglio di sfruttamento e di sofferenze, e sempre così avrebbero fatto a mano a mano che la morsa di ferro e di fuoco del fronte nemico si fosse stretta attorno a loro. 
Ma perché non lasciarci la dove ci trovavamo, nello scantinato della direzione della fabbrica di quella “magnetfabrik” che ci aveva sfruttati? 
Ci avevano ospitati lì, forse non sapendo dove mandarci, in quei giorni di emergenza, non ci potevano ancora lasciare! 
A chi facevamo male noi che portavamo addosso i segni di due lunghi anni di indicibili sofferenze? Era la nostra logica questa, ma quegli uomini dal cuore di pietra non la pensavano così. “Gli italiani di Badoglio”, i traditori, forse si dicevano, dovevano essere lasciati lì a fare l’accoglienza trionfale ai loro amici liberatori? E intanto camminavamo, o per meglio dire trascinavamo i piedi, allo scoperto dai tiri, in quella che era già zona di combattimento. 
Eravamo in cinque o sei che andavamo in quel momento verso un destino sempre più terribile. 
Ma a un certo punto, la voce minacciosa del tedesco non si sentì più. 
Che cosa era avvenuto? Non era possibile che quel tale, uno di quelli che non mollavano mai le loro vittime, si fosse dileguato. 
Eppure era proprio così. Mi voltai indietro: il sergente delle SS. non c’era più! Si imponeva ora una decisione immediata, che po-teva significare per noi la vita o la morte. Ci ricordammo che un po’ di tempo prima avevamo costruito alla men peggio un rudimentale ricovero ricavato nel margine di una vallata, poco distante. Si trattava di un riparo poco solido fatto nella terra Facilmente franabile, sorretto a malapena da quattro assi sconnesse. Non c’era di meglio, in quel momento di decisione improvvisa, che cercare di raggiungerlo. 
Ma come fare, se veniva a trovarsi proprio sotto il tiro diretto delle artiglierie americane? Non era il caso però di perdersi in discussioni. Occorreva un atto di audacia, e ci mettemmo a correre per la campagna, in direzione di quel rifugio dove altre volte avevamo passato ore e ore in attesa che terminassero quei terribili bombardamenti che annientarono le città della Renania e ne crivellarono le campagne. 
L’artiglieria americana intanto dall’alto ci aveva scoperti e tirava alla nostra volta. Per fortuna la vallata distava poco. Ma, ciò nonostante, non ce la feci: mi buttai a terra col cuore in tumulto. 
I miei compagni non si vedevano più. Mi ripresi, raccolsi le forze e il sacco delle mie povere masserizie e tentai anch’io di guadagnare la vallata. Non vedevo più niente, non sentivo nulla in quella corsa disperata punteggiata di tanto in tanto da lanci repentini in aria di terra, attorno a me, provocati dalle esplosioni. Come Dio volle, col fiato che è poco dire grosso e col cuore che non so come fece a non scoppiare, fui nel ricovero coi miei compagni. 
Ostruimmo il piccolo buco dell’ingresso con una grossa tavola circolare e ci intanammo nell’interno. I tiri dei cannoni americani continuavano a battere proprio sopra di noi, la dove avevano notato quell’insolito movimento di presunti nemici. La terra già franava, e noi ci abbracciammo, fratelli più che mai nella comune sorte che ci attendeva di sepolti vivi. Ma non era quello il nostro destino, e i tiri mutarono direzione. 
Quanto tempo stemmo intanati in quella buca? Ora non saprei dirlo, e forse nemmeno allora, diciotto anni addietro, l’avrei potuto dire con precisione. 
Nei momenti tragici, in quelli di intensa sofferenza, si perde 1a cognizione del tempo. Mi pare che si sia trattato di tre notti e tre giorni, durante i quali i cannoni non cessarono il loro martellante 
rombo, che spesso ci faceva sobbalzare di paura, per un’esplosione vicina tale che si poteva credere che qualche proiettile fosse lì lì per infilare l’apertura della nostra tana. 
Di quelle ore spaventose ricordo anche gli immancabili torturatori delle nostre misere carni, che in momenti simili si fanno maggiormente sentire, e una sete che, tormentandoci sempre più, ci spinse all’atto - non so se di audacia o di temerarietà - di attingere con la gavetta, una di quelle notti, in fondo alla valle, acqua piovana da una pozza. 

* * *

Il rumore del cannone s’era via via diramato e attutito. Come mai? Noi eravamo presi da uno stato di apatia. Non sapevamo nulla della situazione. Non volevamo neppure pensare al nostro desiderio, per timore di rimanere delusi. 
Era la mattina di uno di quei tre giorni, di buon ora: uno strano bisbiglio fuori della buca, a un tratto, ci scosse: pareva un indistinto alternarsi di voci femminili. Un certo presentimento si fa strada in noi. 
Uscimmo fuori, all’aria aperta, e ci troviamo davanti a un capannello di donne, in uno spiazzo vicino. 
Nel volgere a caso gli occhi, la nostra attenzione è attratta da una gigantesca quercia, vicinissima all’entrata della nostra tana, spezzata in due, evidentemente da una cannonata. 
Perplesso, senza nulla capire, con l’aspetto dell'abate Faria di dumasiana memoria, pieno di terra, con la barba irta e folta, smagrito, almanacco su quello che può essere successo, quando i miei compagni, sapendo che conosco un po’ di tedesco, mi spingono a chiedere alle donne quanto ci preme. 
- Wo sind die Amerikaner? (Dove sono gli americani?) - azzardo. 
- Weit... Weit! (lontano... lontano...) - mi risponde una di quelle donne, accompagnandosi con la mano in un gesto vago. 
Possibile - penso - gli americani lontani! Allora vuol dire che i tedeschi li hanno ricacciati. E qui ora ricominceranno i guai per noi! 
Quelle intanto ridevano, chissà perché. 
Alla fine, dopo che la nostra pazienza fu al colmo, si decisero a parlare e ci dissero che la zona era già sotto il controllo degli americani. Quella notte il reparto di presidio tedesco l’aveva abbandonata. Per prova, ci mostrarono un fucile, gettato la a terra a caso, che si affrettarono a buttare per prudenza in un ruscello che scorreva nei pressi. Ricordammo, dopo, che la notte precedente avevamo vagamente avvertito dei passi concitati. Quale sarebbe stata la nostra sorte, se quei tedeschi in fuga ci avessero scorti in quel covo! Nel frattempo - insolita pietà che ci stupisce! - arriva una donna con un paniere colmo di patate crude e con un pane. 
Sorpresi, stiamo per ringraziare quando un’altra esclama: 
- Gli americani! Eccoli, sono la! 
Di dietro a un cespuglio, infatti, mimetizzati e in pieno assetto di guerra, erano sbucati nello spiazzo a ridosso della scarpata due militari col mitra spianato di fronte che perlustravano la zona. Ma erano proprio americani? E se invece fossero stati tedeschi, poliziotti della Gestapo, che andavano snidando i “traditori italiani”? 
Ma la gioia che il nostro sogno potesse essersi finalmente davvero attuato, il sogno di ritornare liberi, anzi di ritornare uomini, fece tacere ogni considerazione. 
Mi precipitai su per quella scarpata incontro ai liberatori. Quelli avanzavano cautamente verso di noi, 
sempre nella medesima posizione, mentre io, seguito dai compagni, correvo, correvo all’impazzata verso di loro. 
In un momento che un po’ di lume si fece nel nostro cervello, un compagno mi consigliò di sventolare il fazzoletto. Io mi tolsi invece la fascia ventriera che portavo al collo e l’andai dimenando. I due militari però rimasero impassibili, col mitra sempre puntato verso di noi - fortuna che dalla loro arma non partì alcun colpo! - anche quando, raggiuntili, caddi a ginocchi davanti a loro. 
Essi, ciechi strumenti della Provvidenza, forse gente che aveva 
avuto a che fare con la giustizia e che per riabilitarsi “faceva la guerra”, in prima linea, non potevano rendersi conto di quello che stavano operando, cioè che in quel momento strappavano a una vita di stenti, di fame, di freddo, di lavoro massacrante, alcuni poveri infelici che, mercé l’opera loro, sarebbero tornati a cibarsi come uomini, a ripararsi convenientemente dal freddo, ad abitare case, a inserirsi ne1l’umano consorzio come tutti gli uomini civili, con una dignità e un lavoro da esseri umani e, soprattutto, non più schiavi di alcuno. 
 
ALTRI VARI RICORDI DI PRIGIONIA

Sul motivo della canzone “Dorme Firenze”, noi I.M.I. cantavamo: 

Baracche adornate di fili spinati e pungenti,
le guardie vicino ai cancelli sorveglian le genti.
Raccolti da barbari infami,
trattati da cani, 
noi siamo quassù.
Le nostre famiglie lontane 
notizie non hanno, 
in pensiero si sta. 
Ci hanno rinchiusi in un concentramento,
e siamo a cento a cento 
a soffrire, perché? 
Dormir per terra, scalzi e nudi come cani! 
Chissà per quanto ancora dureranno questi affanni.
La nostra partenza, al paese, fu un grande lamento: 
le donne, ragazze e bambini, parlavano piangendo.
Nessuno di noi ha potuto donare un soldo 
alla mamma e al papà
Partiti da veri briganti 
per quei delinquenti che non han pietà.

Scritte figuranti sulle pareti di un campo di sosta in Austria, lungo la via del rimpatrio: 
Mittenwald (6 agosto 1945): 


Fui in Germania deportato. 
vilipeso e calpestato. 
Agli improperi e privazioni 
resistei come i leoni. 

Mamma, piccola parola, infinito grande amore. 
Ritorno! Giorno di felicità!!! 

Sempre più in alto con la mente e col cuore 
Verso le eccelso vette della Fede. 

A1 famoso “arbeit nicht egal” opposi il mio proverbiale “mir egal”. 

A tutti gli Italiani, 1° comandamento: “Odia i tedeschi come ami  te stesso” (espressione blasfema, non giustificabile, anche se spiegabile: nota dello scrivente). 

Qui si segna la fine del nostro Purgatorio. 

Partiti da Alsdorf (Aachen) il 3 agosto 1945 su camion. Una notte in Düsseldorf dal 3 al 4 agosto 1945. I giorni 6, 7 e 8 agosto sosta in Mittenwald, in Austria (il giorno 6 solo la notte). 
Ottima l’accoglienza in Bolzano per opera dell’ALLIED COMMISSION: musiche nostalgiche, rancio, auguri di trovare tutti a casa, dove noi “i figli migliori, tanto attesi dalla Patria, finalmente vivremo in pace e in tranquillità”. 
Una tradotta che ci segue, carica di altri prigionieri, perde due (o quattro) vagoni a causa del crollo di un ponte, che noi abbiamo attraversato indenni: muoiono - questo per sentito dire - sei ufficiali e quattro soldati (o quattro ufficiali e sei soldati). 

Scritte lette sui vagoni ferroviari

Anni più belli, giorni più tristi.

W Badoglio - W i Badogliani - La vita risorge. 

Abbiamo saputo resistere. W i forti. 

Germania! Terra senza sole, uomini senza cuore, donne senza amore. 

La vera gioventù d’Italia ritorna ai suoi cuori e ai suoi amori. 

Gioite, mamme; gioite, spose: ritorniamo! 

Italia! Tu sei un giardino, i tuoi fiori più belli ritornano. 

Abbiamo dimenticato le sofferenze: continueremo il nostro lavoro in silenzio. 

Quanto si leggeva in alcuni cartelloni al posto di ristoro di Roma:

- L’Italia attende per la sua rinascita i figli lontani. 
- L’Unione Donne Italiane e L’Unione ragazze d’Italia salutano i reduci.
 - Vinta la morte, tornano per la vita. 
 
ANCORA SU “K.G.” OPPURE “I.M.I.”?

Gent. mo Signor Direttore 
anzitutto, voglia accogliere le mie devote, deferenti scuse, se oso operare un ritorno su una discussione dalla S.V. ritenuta ormai chiusa, come appare dall’articolo “KG.” OPPURE “I.M.I.”? del n. 10-11- 
12 di “Noi dei Lager”. La prego, pertanto, di voler pubblicare quanto qui espongo controdeducendo nel merito. Pur col massimo rispetto per il prof. Vittorio Giuntella, di cui stimo non poco l’instancabile solerzia impiegata per il giusto riconoscimento e la dotta divulgazione degli eroici impagabili sacrifici degli internati militari in Germania - come spesso sottolinea “Noi dei Lager” -, e che col rinvenimento di questo documento (si veda “KG.” oppure “IMI”? di “Noi dei Lager”, ott-nov-dic. 1984) fornisce un’altra prova della sua indefettibile dedizione spesa a pro della obiettiva valutazione delle nostre sofferenze patite ad opera dei tedeschi, mi corre però l’obbligo di fare qualche precisazione, che dal testo del disposto, raffrontabile anche con quanto esposto dalla sez. A.N.E.I. di Livorno (n. 3 di “Noi dei Lager”) balza evidente dopo attenta lettura, a Lei forse di primo acchito non chiaramente emersa. Voglio dire che mi pare che si sia peccato di eccessiva generalizzazione, e per quanto riguarda le date, e per quanto attiene alle circostanze. 
Il documento in parola non va riferito, ritengo, sic et simpliciter, a tutti gli I.M.I. e a tutti i K.G. Fra l’altro, viene indicato, per questi ultimi, che sono - come risulta evidente - “soldati italiani che hanno combattuto a fianco degli Alleati in unità italiane autonome sotto alto Comando anglo -americano, oppure all’interno di reparti angloamericani” un Lager particolare: lo Zweilager Schellrode. 
Ritengo che una distinzione fondamentale vada fatta - e qui è evidente che anche i tedeschi la fecero - tra quelli che impugnarono le armi contro di loro il giorno dell’armistizio italiano, l’8 settembre 1943, o nei giorni immediatamente successivi, e coloro che, ottemperando a ordini degli Alleati e inseriti nelle loro forma-zioni, si batterono contro l’esercito occupante. Mentre i reparti (o i singoli militari) italiani che combatterono contro i tedeschi l’8 settembre 1943 o nei giorni susseguenti all’armistizio agirono autonomamente, senza direttive di ordine superiore, e dimostrarono così facendo di essere apertamente dalla parte del presunto “tradimento” nei loro confronti, per gli altri, quelli che fecero parte delle formazioni del nuovo esercito dell’Italia armistiziale, era lecito pensare che agivano per ordine (o per costrizione) degli anglo - americani. E del resto a questa interpretazione inducono anche le espressioni da cui prende le mosse il documento: “Sebbene il Governo dei traditori Vittorio Emanuele e Badoglio non rappresenti una potenza belligerante, questi prigionieri vanno trattati come prigionieri di guerra occidentali”. 
Per i primi essi pensarono a una iniziativa volontaria nel “tradimento”, quando avrebbero potuto ben sottrarsi, in molti casi, allo scontro con le loro truppe, cosa che mise in loro tutto quel furore crudele che riversarono sopra di noi fin dalla cattura, mentre per gli altri pensarono a una coalizione - è legittimo supporlo - da parte degli Alleati, i quali li avrebbero schierati contro di loro, e così si spiegherebbe quel trattamento più blando per questi previsto; rispetto ai K.G. che impugnarono le armi contro i tedeschi subito dopo l’armistizio, questa data - 29 aprile 1944 - del documento rinvenuto, si rivelerebbe chiaramente sfasata, cioè né essa né il documento hanno riferimento alcuno a quei militari che - come dice la sez. A.N.E.I. di Livorno - “sono stati catturati in divisa ed armati, ed alcuni fecero anche resistenza nelle caserme, sulle navi, nei porti con o senza i propri ufficiali”. Peraltro, l’accanimento dei tedeschi contro i militari italiani di stanza nei Balcani testimonia a chiare lettere come accolsero quella prima, autonoma e presunta più spontanea reazione contro di loro: basti pensare al Calvario fatto patire agli Eroi di Cefalonia, Corfù, Lero ecc. 
Ringrazio e porgo distinti ossequi per la cortese ospitalità che vorrà concedere nel bollettino alla presente precisazione. 

8 febbraio 1985 
Un combattente dell’8 e 9 settembre 1943 (Scuola di Applicazione di Fanteria di Parma) 
 
In margine a quanto scritto in “Prospettive” sulla resistenza

C’ERAVAMO ANCHE NOI DEI LAGER

Chissà perché la Resistenza degli Internati Militari Italiani (questo fu il termine da compromesso escogitato dall’accordo Hitler - Mussolini, termine eufemistico, che tra l’altro ci sbalzava fuori della protezione comune ai prigionieri di guerra di tutte le nazioni) nei  Lager tedeschi, che, insieme con “l’olocausto” degli Ebrei, toccò il diapason di patimenti, nel diabolico perpetrato snaturamento dell’essere umano di cui da parte sua, con vasta e puntuale documentazione di studiosa sensibile alla problematica della seconda guerra mondiale, ha trattato con tocco sicuro, preciso e libero da remore di sorta Vittoria Timmonieri, in alcuni numeri di “Prospettive”, dicevo, non si capisce il motivo per cui il martirio di ben seicentomila soldati italiani, per vari lustri, è stato tenuto in ombra 
e solo da un po’ di anni a questa parte la più obiettiva e accreditata storiografia rende giustizia a quanti dopo il famoso 8 settembre 1943 diedero testimonianza, pur disarmati, di alto eroismo spirituale, negandosi alla collaborazione con i Tedeschi, la iena - diciamo meglio - che li deteneva nella propria tana e da “belva primigenia” - giusta espressione di Benedetto Croce in una lapide che ricorda le vittime di una delle sue nefande infamia - ne poteva inumanamente e perfidamente disporre come voleva e della vita e della morte. 
Avrei voluto trovare qualche cenno sull'autonomia presa di posizione di quel numero abbastanza considerevole di militari, che nello sbandamento generale e nel caos conseguente a quell’ingenuo - è il meno che si possa dire - proclama di Pietro Badoglio, da pochi giorni assurto al regio incarico di primo ministro, proclama che enfatizzava “una difesa contro un attacco da qualunque parte esso venga”, osammo tenere testa all’unno invasore, armatissimo e sprizzante livore contro di noi, visti quali artefici del “tradimento”, quando, nelle stesse ore, il Badoglio, senza assumere alcun provvedimento e abbandonando l’esercito al suo destino, trovava scampo, insieme con i Sovrani, nell’Italia Meridionale liberata. 
E da quei terribili momenti ebbe inizio la nostra inaudita odissea per ben due anni: la resa, dopo un’impari lotta, le prime umiliazioni di vederci strappati di dosso stellette, decorazioni, gradi... e poi 
vagoni sigillati, che stipavano carne che già cessava di essere umana; poi ancora i lager di eliminazione per “i traditori” che, per giunta, avevano imbracciato le armi contro i soldati del Grande Reich e, per tutti i giorni avvenire, i compagni inseparabili, la fame più atroce, il freddo, gli stenti, il lavoro forzato, le percosse, l’esproprio completo dell’umana personalità! E perché tutto questo? Per un “no” detto in massa alle reiterate richieste di adesione alla Repubblica di Salò, cosa che avrebbe comportato, in cambio di una condizione esistenziale umana - bene che agli stessi uomini della Resistenza armata, in genere, non mancò del tutto - di usare le armi contro altri Italiani, nostri fratelli, prolungare nel tempo la dittatura fascista, differire solo di un po’ di tempo il crollo, nientemeno che dell’odiato impero teutonico, accrescendo ancora i lutti e la distruzione del nostro Paese. 
Lo scotto pagato per il nostro atteggiamento di fermo diniego, che spesso osò anche prendere l’aspetto di boicottaggio, fu molto caro: ben quarantamila morti lasciati sul suolo tedesco, senza, in molti casi, che neppure il nome riemerga a ricordare il sublime motivo di tanta immolazione. Ed è anche da dire che molti altri, in Italia, trascinandosi il triste fardello di una prolungata debilitazione e di mali più o meno latenti, andarono via via scomparendo di lì a poco, e - cosa ben dolorosa - mentre la nuova Italia, quella della Costituzione che si appella alla Resistenza antifascista e antinazista è stata per lustri, ripeto, ad ignorare la loro immolazione alla nobile causa della libertà. Ma, particolarmente intollerabile è il caso di governi succedutisi in Italia dal dopoguerra a questa parte, tutti ben lontani dal prendere in considerazione le condizioni in cui versano i pochi superstiti, e per stato di salute e per stato economico, facendo conoscere quanto hanno fatto e attuando nei loro confronti provvedimenti di carattere risarcitorio, che non siano un rettangolo di cartoncino, appena qualche anno addietro concesso con belle parole di accompagnamento dell’allora ministro della Difesa Giovanni Spadolini e con la scritta: “Diploma d’onore al combattente per la Libertà d’Italia”. 
Oggi - ecco perché vorrei che si parli anche di noi dei Lager - una copiosa letteratura, non solo a livello di narrativa, di diario, di cronaca, ma anche ad elevato livello di accurata ricerca storiografica, rende evidente, facendo giustizia a seicentomila uomini d’onore, il loro eroico, indefettibile contegno, incurante dei mille Volti della morte nei lager, fin da quando emissari fascisti tentarono di allettarci con la loro subdola profferta di rientro in Patria, ma sotto condizione di rinnegare la nostra ansia di dare vita a una Nazione libera e civile, e poi ricorrendo alle minacce, in larga misura attuate: “Vedete quel bosco (un lugubre bosco che si pareva innanzi alla nostra vista)! Sotto quel bosco stanno i resti di ben settemila ebrei: la stessa sorte toccherà a voi, se non aderite all’esercito della Repubblica Sociale Fascista!”. 
Ma noi dicemmo unanimemente: “NO!”. 
Uno scampato dai campi di sterminio nazisti KZ 
 
UN PEZZO DI PANE CALPESTATO

Raggio di vita, 
pane calpestato, 
nel tuo candore maculato 
le sequenze 
di un mio passato lontano e presente 
mi balzarono impresse. 
Corsero al ricordo 
la fame e la sferza del tiranno, 
e l’unico sogno che eri tu 
nei giorni dei lager, 
quando alle albe non seguiva il sole 
e i tramonti erano senza rosso di speranza. 
Andavo anelandoti, solo anelando te, 
dall’uomo reso infrauomo; 
e dal davanzale, 
dove, a volte, pietosa soltanto degli uccelli, 
una mano ti aveva posato, 
ti portavo alle labbra, 
il tuo sapore, solo mio gaudio, 
prolungando, prolungando nel tempo!... 
Ti vidi, poi, spregiato 
al pié del mio liberatore, 
e mi si strinse il cuore, 
riandando il sogno che per me eri stato. 
Bestemmia, sacrilegio 
mi sei ora, deietto dagli uomini, 
mentre col ventre gonfio ma vuoto 
il piccolo biafrano 
vacillante sui piedi 
ti invoca.
Un uomo così ti ha maledetto, 
e spregiandoti
ha ucciso il fratello
ma qual fratello?!
e non lo sa..., 
o poco gliene importa!... 
 
VIALE DEL TRAMONTO 

L’attimo più non scoppia 
intero a darci il mondo, 
quando numeri srotola 
da grigio foglio il muro, 
giorno dopo giorno: 
soli, smagati, 
ci ritroviamo nel viale del tramonto. 
Tutto è routine, nell’ovvio la vita si sprofonda: 
aridità avanzante ogni mistero 
poco a poco corrode. 
Stupore segnò i giorni 
sì diversi del passato! 
Profumo d’una vista inebriava: 
stessa vista è oggi 
l’uggiosa faccia del quotidiano. 
 
 
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